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Intervista a Valerio Varesi

Valerio Varesi è nato a Torino, vive a Parma e lavora nella redazione de La Repubblica di Bologna. I suoi romanzi, tra i migliori esempi di noir sociale, sono tradotti in Inghilterra, Germania, Polonia, Spagna e Francia. Con la Trilogia di una Repubblica ha iniziato una ricognizione nella recente storia italiana.

In questa intervista si parlerà de La paura nell'anima.

 

D. Montepiano è un paese dell’Appennino vicino a Parma dove il commissario Soneri e Angela trascorrono le vacanze. La natura selvaggia dei boschi circostanti e gli animali sono una presenza concreta: che cosa l’affascina di quei territori?

 

R. Sono i luoghi che conosco meglio e dove ho le mie radici. L’appennino è una porzione di territorio ormai quasi abbandonata tornata molto selvaggia, ma forse per questo più affascinante. Considero il paesaggio e il contesto protagonisti dei miei libri e dunque li racconto con affettuosa attenzione.

 

D. Il romanzo inizia con il ferimento di un uomo e la scomparsa di un ragazzo. In questa situazione s’inserisce di prepotenza un contingente di circa cinquanta carabinieri con cani molecolari: è stato avvistato nella zona Vladimir, un pericoloso criminale. La sua presenza aleggia sugli abitanti, la paura spranga le porte e inasprisce gli animi. Da quale inferno è venuto fuori?

 

R. Nella realtà Vladimir, ispirato alla vicenda di "Igor il russo", pluriomicida che ha terrorizzato la Bassa tra Bologna e Ferrara, esce dal comune mondo criminale, ma quel che conta è l’inferno che fa uscire nella popolazione locale che, sotto la minaccia del killer, comincia a diffidare del prossimo, a maturare sospetti e a vivere blindata in preda alla paura. In vitro si produce quello che, più in grande, assedia e minaccia la nostra vita, in Italia e forse anche altrove, fornendo il terreno di coltura alla politica che strumentalizza questo sentimento.

 

D. Il Baffardello gira per i boschi, nasconde gli oggetti, accende luci nella notte, imita il pianto di un bambino… Messaggero di un mondo che sta scomparendo o esiste ancora oggi?

 

R. Accanto alla paura immediata per il killer e allo scatenamento delle paure che coviamo dentro di noi, si aggiunge una paura che ritorna dal mondo arcaico contadino di un paese di montagna. Il Baffardello, nel bene e nel male, era il responsabile di cose che non si potevano spiegare razionalmente. Ma era anche una creatura misteriosa e inquietante. Così come le luci che si vedono e le voci che si sentono. Hanno l’incanto impaurente del mistero. Il Baffardello mi è servito per rappresentare un ritorno all’irrazionalità e il rifiuto della scienza che vedo nascere nel mondo di oggi.

 

D. Il vecchio Tilò e la mula Teresa sono fatti della stessa sostanza dei boschi in cui vivono e da cui traggono sostentamento riconoscendo e rispettando la natura e ciò che offre. Una vita essenziale, priva di tante cose difficile pensare di vivere in questo modo. Che ne pensa?

 

R. Tilò è un fossile sopravvissuto da un’altra era. In realtà, in certi paesi di montagna, ci sono ancora mulattieri anche se si servono principalmente di strumenti moderni. Il mulo qualche volta è ancora in auge. Dalle mie parti, l’ultimo mulattiere è morto qualche anno fa. Tilò è anche un simbolo: quello dell’uomo che non ha un rapporto predatorio con la natura, ma armonico. È qualcosa di sopravvissuto al passato, ma in realtà è in grado di insegnarci la via del futuro.

 

D. Nella trattoria di Adelmo e Rina si servono i piatti della tradizione emiliana. Una meraviglia per il palato e lo spirito: i profumi attraversano le pagine… È il luogo dove tutti si ritrovano e dove le chiacchiere si mescolano a un buon bicchiere di vino. Seduta a un tavolo c’è la vecchia maestra Andreina Portesani detta Anemia. Chi è? Ci racconta qualche cosa in più?

 

R.  È una specie di Tiresia che profetizza l’avvenire con molto pessimismo. Se vogliamo è il punto di vista di chi ha visto sfumare molte illusioni e, al contrario dell’ex sindaco Benati, suo mentore negli studi, non vede sbocchi. Benati è fiducioso come lo erano quelli della generazione resistente maturata dentro grandi idealità, Anemia è invece venuta un po’ dopo, quando quelle idealità stavano scolorendo e per questo non vede grande futuro davanti a sé.

 

D. Il giornalista e lo scrittore sono due figure che in lei coesistono: penso che una parte del loro cammino creativo sia simile. Differente è il racconto che ne scaturisce. Più legato ai fatti il primo, più libero di muoversi il secondo: quale delle due figure secondo lei riesce a penetrare meglio i misteri irrisolti?

 

R. Sicuramente lo scrittore è molto più capace di approfondire, sia perché più libero, sia perché lo strumento con cui affronta la realtà è più acuto e penetrante. Il giornalismo spesso ha ben poco di creativo. Soprattutto quello on line ha il compito di descrivere a velocità sostenuta i fatti. C’è poca riflessione e molta fretta nel giornalismo di oggi. Il romanzo è invece deputato a questa riflessione e quello a investigazione, se usato bene, è perfetto per capire l’oggi. Inoltre, il giornalista è tenuto all’onere della prova e pertanto deve fermarsi di fronte a ciò che non è suffragato da pezze d’appoggio. Il romanziere può ricostruire in chiave metaforica i fatti e realizzare quel "io so" di Pasolini. Non posso provarlo, ma te lo mostro con una ricostruzione.

 

D. Forse mi è sfuggito, ma come si chiama di nome il commissario Soneri?

 

R. Si chiama Franco, ma come Maigret, non lo cito quasi mai per nome. Chi sa che il commissario di Simenon si chiama Jules?

 

D. Alcuni suoi romanzi hanno preso spunto da fatti di cronaca con quale criterio li sceglie?

 

R. In base alla loro capacità di rappresentare l’oggi. Certi casi sono dei paradigmi del nostro malessere e hanno bisogno di essere sviscerati divenendo testimonianze di quel magma fluido che rompe una crosta d’apparenza e ci mostra quel che siamo.

 

D. A fine novembre del 2005 la Rai manda in onda le prime puntate di Nebbie e Delitti con Luca Barbareschi e Natasha Stefanenko nella parte rispettivamente del commissario Soneri e di Angela. Come ha vissuto questa scelta? Assomiglia al personaggio che aveva immaginato?

 

R. Fisicamente Barbareschi non coincide con il Soneri che immagino io, ma dal punto di vista interpretativo è esattamente quello che volevo. Devo dire che l’attore è stato di una grande bravura a calarsi nei panni di questo personaggio. Anche la Stefanenko non è l’esempio della donna padana, ma al di là della sua inflessione russa, è stata molto brava.

 

D. Quali sono i suoi progetti futuri?

 

R. Sto scrivendo un romanzo per la collana celebrativa dei Gialli Mondadori. Dovrebbe uscire in ottobre. Oltre a me ci sono Camilleri, Carofiglio, De Cataldo, Colaprico Ben Pastor e altri bravissimi autori. ,

 

Ringrazio l'autore Valerio Varesi per avere risposto alle domande.