D - Chi è Andrea Bazzigaluppi? Può raccontarci qualcosa di lei?
R - Vivo a Lodi insieme ai miei due figli che, da studenti fuori sede quali sono, vanno e vengono. Da più di vent’anni svolgo la professione di avvocato e anche grazie a questo visito varie città, conosco persone, osservo comportamenti, linguaggi, vivo situazioni, esploro luoghi con curiosità.
Le situazioni vissute si sedimentano e poi riprendono a volare insieme alla fantasia, così nascono le storie, mettendo insieme luoghi, persone, idee, ipotesi, convinzioni; talune persone incontrate diventano personaggi dei romanzi.
D - Nel primo romanzo il tema è la cecità insita nella consuetudine. Ci vuole spirito critico per trovare un percorso diverso, una strada poco battuta che per Giorgio è il pro-quota. Ci racconta come è nata l’idea di questo romanzo?
R - Il Crollo è nato sulla base di un’esperienza personale vissuta in vari studi legali milanesi di grandi dimensioni, prima in veste di collaboratore, poi di socio. Personaggi, comportamenti, avvenimenti narrati sono sorti prendendo spunto (e condendo con la fantasia) da persone reali, frasi realmente sentite, situazioni in cui ero presente e delle quali non ho mai mancato di vedere il lato ironico. Il risultato è una storia che prendo un po’ in giro un certo ambiente di avvocati e che lo fa conoscere a chi ne è estraneo e nemmeno se lo immagina. Il punto di vista e il risultato finale sono la persona, con le sue virtù, capacità, debolezze, errori, desideri, rinunce, pensieri.
Anche in questo caso (come ne L’impresa) il titolo vuole sintetizzare tanto il crollo del protagonista, quanto quello del sistema degli studi legali impostati in un certo modo, che badano poco alle persone. Forse anche per queste ragioni sono stato chiamato a parlarne in incontri organizzati dagli ordini forensi.
D - Sono due i romanzi fino ad ora pubblicati, che cosa l’ha spinta a percorrere anche questa strada?
R - Leggo molto e con piacere, così mi son detto: perché non provare a scrivere qualcosa di mio? Il tentativo devo dire che è andato a buon fine. Vivo in mezzo a molte persone, partecipo a eventi, visito luoghi per lavoro e per diletto, osservo, chiedo, partecipo, sono curioso, approfondisco, raccolgo ed elaboro le mie idee, anche in base alle mie conoscenze. Così nascono personaggi, concetti, idee, proposte, storie. Scrivere mi serve per mettere su carta e rendere disponibile anche ad altri quel che altrimenti rimarrebbe nei miei pensieri o di cui parlerei solo con pochi amici.
D - Il pro-quota è applicabile anche in ambiti diversi da quello legale?
R - Il pro-quota affrontato ne Il Crollo è un concetto di suddivisione equa dei profitti in base alle competenze, alla preparazione, all’impegno e allo sforzo di ciascuno. Senza l’apporto delle varie professionalità, a un lavoro congiunto, nessuno dei partecipanti avrebbe la possibilità di godere del profitto, in primis chi “porta” in studio il cliente o l’incarico specifico. Si tratta di una mia idea, un’ipotesi, nulla di concreto ed effettivamente applicato. Anche la sentenza citata nel libro è frutto della mia fantasia, non esiste nella realtà. Il principio potrebbe essere applicato in molti altri ambiti lavorativi, soprattutto fra i liberi professionisti e le strutture imprenditoriali di piccole/medie dimensioni. Non lo vedo applicabile nelle grandi imprese. Tiene conto della rilevanza delle persone, dell’importanza del loro apporto al lavoro comune. Ed è proprio l’importanza che riveste la singola persona, con le sue qualità, attitudini, conoscenze, capacità, inclinazioni, difetti, passioni, interessi e potenzialità a essere al centro anche de L’impresa, un racconto che evidenzia come, nei fatti, il rapporto di lavoro dipendente esponga il lavoratore più a rischi che a benefici e svuoti il lavoratore delle sue potenzialità, lo sminuisca insomma.
D - Negli anni le condizioni impiegatizie sono molto cambiate costringendo i lavoratori a confrontare le loro esperienze con le nuove richieste del mercato e non sempre con esito favorevole. Quali strategie, quali strumenti si possono trovare e dove?
R - Su questo punto riconosco la mia impreparazione e sono pronto a un confronto con chi ne sa più di me. Dal mio punto di vista considero medioevali alcuni concetti e istituti giuridici: le ferie, i riposi, il diritto di assemblea, il cartellino, l’orario di lavoro, i sindacati. La legge italiana disciplina il rapporto di lavoro dipendente adeguatamente e in modo approfondito, a ogni livello: la costituzione, il codice civile, lo statuto dei lavoratori, i contratti collettivi nazionali, gli accordi aziendali. Il lavoratore dipendente lavora, il datore di lavoro versa lo stipendio. Se uno dei due viola le regole, il Giudice del lavoro decide.
D - In questa struttura, qual è la funzione dei sindacati?
R - Negli attuali equilibri fra lavoratori e datori di lavoro i sindacati oggi hanno esaurito la propria funzione. Non hanno più un vero ruolo. Le manifestazioni si possono organizzare su un gruppo WhatsApp delegando un lavoratore a ottenere i permessi dalla questura. Le negoziazioni fra gli innumerevoli (e spesso inutili) sindacati e le associazioni dei datori di lavoro o i ministeri per il rinnovo dei contratti riguardano ormai quasi esclusivamente aspetti economici (la retribuzione). Basterebbe organizzare questa attività con moderni strumenti di comunicazione e rendere tutto più efficiente. Pensi che, salvo mio errore, in media un lavoratore versa ogni anno per mantenere l’associazione al sindacato l’1% della RAL. Per avere cosa in cambio dal sindacato? Sostanzialmente nulla. Il datore di lavoro deve avere l’onere di formare, istruire, proteggere e far crescere il lavoratore e garantirgli un ambiente adeguato allo svolgimento del lavoro. E questo lo fanno le persone. Moltissime piccole e medie imprese italiane valorizzano questi aspetti, molte altre no.
D – L’Impresa è il secondo romanzo, uscito di recente per l’editore La Caravella. La storia si svolge in un resort di lusso nel nord della Sardegna, in una baia affacciata sull’isola di Tavolara. I protagonisti sono i sette principali membri dello staff che propongono le attività sportive, di intrattenimento, di gestione e offrono i servizi di benessere e ristorazione per gli ospiti. Insomma, coccolano gli ospiti del resort che sono la principale fonte di profitto della società bresciana proprietaria della struttura turistica. Fino a quando…
R – Sull’inizio dell’estate, a causa della cattiva gestione della società bresciana, proprietaria del resort, viene comunicato ai sette ragazzi dello staff che il loro stipendio non sarà più garantito. Fra i ragazzi, tutti fra i 30 e i 40 anni, nasce la voglia di proseguire nel lavoro che stanno svolgendo e si mettono sostanzialmente in proprio per gestire quello che sanno fare bene con l’obiettivo di migliorarlo e renderlo ancora più appetibile per i clienti. Affittano la struttura, la gestiscono per un anno fornendo nuovi servizi e alla fine l’acquistano. I temi trattati sono tanti. Il primo è l’importanza delle persone nel lavoro, la loro motivazione, il lavoro di squadra. Il secondo tema è rappresentato dal fatto che il contratto di lavoro dipendente è più una condanna, un rischio, che una garanzia. Tanti altri temi sono “messi in bocca” ai personaggi, hanno suscitato fra i primi lettori grande interesse, fatto sorgere e stimolato confronti con il sottoscritto e strappato sorrisi: alcune riflessioni e opinioni sul calcio, sulla funzione delle tasse, sulla natura.
Ovviamente non manca la storia d’amore e di passione fra uno dei membri dello staff e una dolce fanciulla.
D - Da dipendente a imprenditore per continuare a lavorare… Per evitare di essere soggetti all’incertezza e al rischio che scelte scellerate di altri si riflettano su gli stessi lavoratori. Ottima idea, ma non è così scontato riuscirci, avere abbastanza soldi per rimettere in piedi un’attività, non tutti hanno uno spirito imprenditoriale, né competenze, né percorso di studi, né altro. Lei cosa suggerisce?
R - La storia è basata sull’assunto che la gestione portata avanti dai ragazzi consenta alla struttura di reggersi in equilibrio da sola. Anche gli oneri finanziari da sostenere per l’acquisto della struttura sono coerenti con il profitto che deriva loro dalla gestione. Quindi, in sostanza, ciascuno di loro nell’impresa rischia soltanto il proprio lavoro. I ragazzi della storia hanno le competenze adatte, perché continuano a svolgere il lavoro che hanno svolto e nel quale si sono specializzati fino al giorno precedente. Lo scopo della storia è proprio quello di considerare sé stessi come un’impresa, creandosi le proprie basi e sviluppando una capacità d’impresa che
rifletta la propria persona, che dia un vero senso al lavoro di ciascuno, anche sotto il profilo della responsabilità dell’uno verso gli altri. La riunione delle sette imprese singole (che rappresentano sette persone fisiche) in una sola (giocoforza temporanea, cioè legata alla durata dell’iniziativa comune) consente ai più portati all’iniziativa di dare supporto, impulso e motivazione anche a quelli dei sette che “imprenditori” non si sentono.
Grazie per avere accettato di rispondere a queste domande.

